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PRESENTAZIONE DEL LIBRO " IL NAVIGANTE DEL PLENILUNIO DI Marco Onofrio
Il Navigante del Plenilunio, ovvero: “momenti cadenzati di un ritorno in superficie”. Il libro nasce da una costola del precedente Pescatore dei desideri, del 1999. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a una poesia che l’autore stesso definisce “leggera, scarna, di facile comprensione”.
Ma tali caratteristiche, effettivamente riscontrabili fin dalla prima lettura, non chiedono di essere intese in senso minimalista o autolimitativo, quasi a mettere le mani avanti, poiché rispondono a un preventivo - sì - ma consapevole dettato di poetica, cioè di interpretazione della realtà ed uso del mezzo espressivo; e, soprattutto, non inficiano la profondità del risultato che l’autore, muovendo dalle premesse che lui stesso si dà, riesce ad ottenere.
Malgrado le premesse… o proprio grazie ad esse? Chi l’ha detto, infatti, che la poesia debba necessariamente porsi come astrazione metafisica e metasemantica del linguaggio, e dunque risuonare nei termini di un dire ostico, artificioso, manieristico, che scoraggia più che avvincere il lettore, poiché mette fra sé e lui muri insormontabili di ineffabilità, di incomunicabilità, di antipatico snobismo culturale?
I poeti si bamboleggiano nel loro mondo e quasi si compiacciono di essere oscuri, senza preoccuparsi di scendere dalle torri d’avorio, di comunicare realmente qualcosa; salvo poi lamentarsi che nessuno li legge o li ascolta, che non riescono a sfondare il settore di nicchia riservato loro - a questo punto giustamente? - dal mercato editoriale. Cercano un pubblico ma fanno di tutto per non averlo. Perché allora pubblicare, se non per vanità, per narcisismo?
Valter Casagrande, invece, non vuole mai rinunciare a una limpida chiarezza di contenuti, e a una forma coerentemente accessibile, capace di assecondarne in modo funzionale la potenza energetica e comunicativa. Compito dell’artista è raggiungere la massima profondità, e poi portare in alto ciò che ha trovato. La profondità è un concetto e un limite assoluto, che può estendersi sia in alto sia in basso. Ma è la superficie, forse, che contiene la massima profondità. Casagrande si immerge negli abissi e ne riemerge, poi, per offrire i frutti del suo mare sulla spiaggia, a livello dell’onda, senza lanciarli in alto con velleitaria pretensione. La sfida più impegnativa, per chi scrive, è riuscire a dire cose supreme con le parole più semplici, nel modo più chiaro ed essenziale che si possa immaginare.
Chi è il “navigante del plenilunio”? È il poeta: è ciascuno di noi. È l’uomo dei sogni, che però vive immerso nella pasta ribollente delle cose: che guarda “oltre”, senza mai perdere contatto con la salvifica concretezza del fare, dell’essere, del dire. Colui che viaggia ai bordi del mondo; che sfiora i margini dell’universo; che percorre le strade del vento. Vuole esplorare tutta la Bellezza della vita, di cui mai abbastanza riesce a godere, a saziarsi, a meravigliarsi. Con la sua “vela iridescente” vuole raggiungere il lato nascosto dell’isola oscura che è dentro di noi: oltre i limiti della ragione, oltre le increspature del tempo, oltre i fili spinati del dolore: fino al plenilunio che splende, immobile e ancestrale, giù nel cuore più profondo della tenebra, dell’ignota misteriosa infinità.
È lì il “piccolo cielo” dove le mie proiezioni incontrano le tue, e divengono materiali fino a costituire parti integranti della tua, della mia “essenza”, laddove finalmente rivivremo nella pienezza, nella totalità dell’unione perduta, dell’antica nostalgica armonia, che non riusciamo più a ricordare - ma neppure, in qualche modo, a dimenticare, come l’ignota Conoscenza dentro noi (procede per lampi improvvisi, come la poesia). Il plenilunio è il momento magico in cui tutto risplende e diventa leggero, e il mistero sembra prossimo a svelarsi. È una luce strana, liquida e inquieta. E si vede la vita in filigrana, come è: un arazzo di tracce e di trame, da sfogliare, da slegare e da annodare, senza soluzione. Scrive Casagrande in “Traccia”:
Lascio brandelli
di vita
e canto,
canto
per non lasciar
la vita.
È il metodo di Penelope: nella divina semplicità di uno sviluppo che lega l’inizio alla fine, attraverso vie convergenti che partono e arrivano in un luogo, uno snodo originario e irraggiungibile. È lì il “cuore della fenice”, che fissa nella ciclicità, nella circolarità necessaria di tutte le cose la dinamica essenziale della vita. È un ciclo fatto di pause, di fratture, anche talvolta di spaccature profonde, ma sempre proiettato in avanti, nello sviluppo dell’eterno divenire. Anche l’errore, dunque, viene riabilitato creativamente come parte di un processo di crescita, di evoluzione, che tutti indistintamente ci coinvolge.
Ma occorre aprirsi alla vita: lasciarsi andare alla sua corrente, che scorre senza tregua in ogni cosa. Il poeta cerca di cogliere la soglia critica del divenire, il passaggio della trasformazione, laddove fine e inizio, buio e luce, morte e vita, sono uniti in un fulcro di combattiva armonia, e non esistono senza l’avversario che li tiene. È un palpito inafferrabile e imperscrutabile: è il silenzio misterioso dell’attesa: è l’attimo che precede tutto ciò che accade. E ha fascino quest’attimo di svolta, un fascino che aumenta il desiderio di conoscenza e rafforza la volontà di adesione, al movimento stesso della vita. Come gli uccelli che
si fanno
portare
dal vento
e sembrano,
a tratti,
cedere
ad una forza
più grande.
… nella divina consapevolezza che un sogno lo può distruggere solo un sogno più grande, e che la fine, ogni fine, è sempre un inizio.
Il poeta è un “radioamatore di sensazioni” condivisibili, che si accende di vita per accenderla in noi, che cura la sua anima per guarire la nostra. È colui che raccorda in sé il cielo e la terra, l’aria e la materia, le sensazioni pulviscolari e quelle tangibili, l’eterno e il tempo, il piano metafisico e quello psicologico dell’uomo. Vengono così recuperati e riattualizzati, immersi dentro il flusso che ce li porta, anche certi emblematici oggetti della nostra millenaria identità culturale, come Saturno, Cassandra, Pegaso e Bellerofonte: come a dire che neppure la mitologia ha sangue e senso di esistere, se perde contatto con la vita.
È questo enorme sforzo di ri-creazione, di riconciliazione, di riconversione positiva che Il Navigante del Plenilunio, coi suoi “momenti cadenzati”, mette in scena nelle 52 composizioni che possiamo leggervi. Un percorso tortuoso di attraversamento del buio, ma di costante e tenace apertura alla luce che in esso si nasconde. Un percorso di cui l’autore si dimostra perfettamente consapevole, laddove, nelle sue brevi note di apertura, scrive quella che ci sembra la migliore conclusione:
«Esistono sempre percorsi praticabili fatti di speranza, di desideri, di aneliti: esistono sempre vie di passaggio, più o meno nascoste. Basta volerle vedere.
È così, e solo così, che i lunghi cunicoli bui, che spesso siamo costretti ad attraversare nell’arco della nostra vita, possono portarci, alla fine, al ritorno in superficie, ad un cielo stellato».
Marco Onofrio |
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